La Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS)

 

 

 

FOT DI MARIA ROSARIAlogo di maria rosaria

 

 

La Sindrome dell’Intestino Irritabile (IBS) è per definizione una patologia funzionale cronica caratterizzata da crampi, dolore e/o fastidio addominale e alterazioni delle normali funzioni intestinali con conseguente costipazione o diarrea, il tutto in assenza di alterazioni strutturali evidenti.

 Cause

Le cause specifiche non sono ancora state scoperte ma la caratteristica principale risiede in una alterata motilità e sensibilità intestinale, determinata da vari fattori.

In generale, la fisiologica motilità dell’intestino può essere alterata in difetto (provocando stipsi) o in eccesso (provocando spasmi e diarrea), pur non presentando alcuna alterazioni a livello fisico per cui apparentemente risulta in grado di funzionare correttamente: accade però che, a causa dell’alterata motilità, il colon può perdere la capacità di assorbire i nutrienti quando questa viene alterata in eccesso, oppure, nel caso contrario, si avrà un eccessivo assorbimento di liquidi che provocherà disidratazione delle feci e quindi costipazione.

Il colon è caratterizzato da molte terminazioni nervose che lo collegano al cervello e controllano le sue fisiologiche contrazioni: lo stress può stimolare gli spasmi del colon in queste persone, causando una sensazione di disagio all’altezza dell’addome. La gestione dello stress quindi è un tassello fondamentale nella terapia dell’IBS e può essere attuata mediante terapie e supporto psicologico, esercizi fisici regolari, sonno adeguato.

In alcuni casi l’IBS può essere correlata anche a intolleranze. Ad esempio, i pazienti affetti da celiachia che non riescono a digerire il glutine, non possono assumere questi alimenti senza sentirsi male perchè il loro sistema immunitario reagisce danneggiando l’intestino tenue.

 

 

addome

 

Epidemiologia

Circa il 10% della popolazione mondiale soffre di IBS: si tratta di una patologia tipicamente diffusa nei paesi occidentali dove le percentuali per Nazione sono molto più alte e arrivano fino al 30% in Italia, il 25-30% in Giappone, il 15% in Olanda, Danimarca e Svezia. Colpisce prevalentemente le donne con età compresa fra 40 e 60 anni (7 soggetti du 10 sono donne), mentre nei maschi la prevalenza di riduce con l’aumentare dell’età.

 Sintomi

I principali sintomi della Sindrome dell’Intestino Irritabile sono dolore addominale, nausea e sensazione di disagio, che migliorano con la defecazione. Spesso l’inizio dei sintomi è associato ad una irregolarità delle evacuazioni e ad un cambiamento nella forma delle feci, ma i sintomi possono variare da soggetto a soggetto: alcuni  soffrono di stipsi con feci di consistenza aumentata, sforzo evacuativo ed evacuazioni inferiori di 3 a settimana, altri invece soffrono di diarrea, diminuzione della consistenza delle feci, urgenza evacuativa e più di 3 evacuazioni acquose al giorno; spesso non riescono a defecare totalmente e  nelle feci può essere presente del muco, ovvero una sostanza liquida che inumidisce e protegge gli organi dell’apparato digerente. In altri casi, i soggetti alternano periodi di costipazione ad altri di diarrea.

Questi pazienti spesso soffrono anche di depressione e ansia, responsabili di un peggioramento dei sintomi. È vero anche che possono essere anche i sintomi dell’IBS a provocare depressione e ansia nel soggetto, con un meccanismo di tipo inverso.

Nella maggior parte dei casi, le persone riescono a tenere sotto controllo i sintomi seguendo una dieta adeguata e imparando a gestire meglio lo stress. In alcuni pazienti, invece, può rivelarsi invalidante rendendo il soggetto incapace di lavorare, di fare vita sociale o di fare viaggi.

 Diagnosi

Solo il medico può fare diagnosi di IBS: generalmente si parte dall’anamnesi del paziente e dalla descrizione dei sintomi; solo successivamente si procede con esami di laboratorio quali analisi delle feci, del sangue e radiografie, e solo successivamente (se necessaria) una colonscopia.

Purtroppo non esistono esami in grado di diagnosticare con certezza l’IBS, dunque di solito si tratta di una diagnosi per esclusione di patologie organiche: se tutti i risultati degli esami sono negativi, il medico può diagnosticarla sulla base dei sintomi descritti.

Terapia

Questa malattia non è provocata dall’alimentazione ma può essere trattata tramite l’alimentazione, che non cura la malattia ma contribuisce ad attenuarne i sintomi migliorando lo stile di vita.

Le linee guida nazionali comprendono i seguenti punti:

  • fare pasti regolari e lenti
  • evitare di saltare i pasti
  • bere almeno 8 bicchieri di acqua al giorno
  • limitare il consumo di tè, caffè e altre bevande contenenti sostanze nervine, oltre che bevande gassate e alcol
  • limitare l’assunzione di alimenti ricchi in fibre e non superare le tre porzioni di frutta fresca al giorno
  • evitare alimenti contenenti sorbitolo (contenuto in alcune caramelle, bevande, prodotti per diabetici e dimagranti)

 Dieta Low-FODMAPs

Uno degli approcci alimentari che ultimamente sta prendendo piede nel trattamento dell’IBS è la dieta low- FODMAP, nata nel 2001 in Australia e basata sulla restrizione dei cosiddetti alimenti FODMAPs, acronimo di Fermentable Oligosaccharides, Disaccharides, Monosaccharides And Polyols: queste sostanze, tutte fermentabili appunto, quando arrivano a livello del colon vengono fermentati dalla flora batterica intestinale portando alla formazione di acidi grassi a catena corta (che sono benefici) ma anche gas, responsabili di gonfiore e meteorismo.

Conosciamo i FODMAPs

Fanno parte degli oligosaccaridi i fruttani  e i galattani: i primi sono costituiti da catene di fruttosio e si differenziano in frutto-oligosaccaridi (<10 unità di fruttosio) e inulina  (>10 unità di fruttosio); i secondi, sono costituiti da catene di galattosio. Alimenti particolarmente ricchi di oligosaccaridi sono i carciofi, cavolo,asparagi, cicoria, barbabietaola, aglio, porro, cipolle, radicchio, lattuga, grano, segale,  legumi.

Il lattosio è un disaccaride presente in tutti i tipi di latte e in tutti i prodotti che lo contengono oltre che ne formaggi freschi (più sono stagionati meno ne contengono). L’intolleranza al lattosio è piuttosto comune nella popolazione adulta ed è dovuta alla carenza dell’enzima lattasi che scinde il lattosio nelle due molecole che lo compongono ovvero glucosio e galattosio.

Il fruttosio è un monosaccaride che si può trovare sottoforma di fruttosio libero, di molecole di fruttosio (i fruttani) o come saccarosio (glucosio+fruttosio). Quando il fruttosio è bilanciato dalla presenza del glucosio viene assorbito maggiormente creando meno problemi intestinali; se invece è presente in eccesso, non viene assorbito completamente, arriva nel crasso e qui viene fermentato con produzione di acidi grassi a catena corta e gas. Il fruttosio, inoltre, ha anche un importante effetto osmotico per cui richiama fluidi e provoca diarrea. I cibi caratterizzati da una concentrazione maggiore di fruttosio rispetto a quella del glucosio sono prugne, mele, pere, anguria, miele, asparagi, piselli.

I polioli vengono normalmente assorbiti per diffusione passiva ma sono scarsamente assorbibili a causa delle loro dimensioni molecolari, della larghezza dei pori intestinali e di eventuali malattie della mucosa. Sono naturalmente contenuti in alcuni tipi di frutta (in particolare frutta con nocciolo, ma anche mele e pere) e vengono molto utilizzati come dolcificanti artificiali (sorbitolo, mannitolo, xilitolo): quando sono presenti negli alimenti confezionati vengono indicati con codici specifici perchè possono avere effetto lassativo.

In seguito all’assunzione di tutte queste sostanze con la dieta, fattori fisiologici determinano due effetti:

  • un aumento del carico osmotico, perchè queste molecole di piccole dimensioni richiamano fluidi nell’intestino provocando diarrea
  • fermentazione, perchè la flora batterica intestinale provoca la produzione di gas con conseguente gonfiore, flatulenza o meteorismo

Ovviamente ogni individuo ha un livello soglia di tolleranza per cui è opportuno che la dieta sia personalizzata.

Secondo il protocollo originario, la prima fase da attuare implica l’esclusione completa dei cibi contenenti FODMAPs per 6-8 settimane seguita da una fase di reintegro graduale di ciascun gruppo di alimenti in modo da testarne la tolleranza. Si tratta di un protocollo che deve essere costantemente seguito da un esperto del settore, molto lungo e che necessita di una buona motivazione e collaborazione da parte del paziente ma che se effettuato con criterio sicuramente attenuerà i sintomi del colon irritabile: il 74% dei pazienti risponde bene ad una dieta priva di FODMAPs in un arco di tempo compreso tra 2 e 40 mesi.

Vediamo allora quali sono alcuni degli alimenti a basso contenuto di FODMAPs:

  • tra i cereali: riso, mais, quinoa, grano saraceno, amaranto
  • tra la frutta: fragole, banane, mirtilli, uva, ananas, arance, kiwi
  • tra le verdure: spinaci, carote, peperoni rossi, pomodori, zucchine, zucca
  • tra la frutta secca: mandorle, nocciole, noci, pinoli, sesamo

Questa dieta, a lungo termine, può provocare un calo di bifidobatteri a livello della flora batterica intestinale, gruppo microbico benefico che modula la funzione immunitaria riducendo le infezioni.

Tuttavia, la dieta a basso contenuto di FODMAPs rappresenta  una valida terapia alternativa per questo disturbo cronico e debilitante e dovrebbe essere considerata seriamente come un’opzione terapeutica per pazienti con IBS.

Bibliografia

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Choung RS , Locke GR 3rd Division of Gastroenterology and Hepatology, Mayo Clinic, 200 First Street Southwest, Rochester, MN 55905, USA. Gastroenterology Clinics of North America [2011, 40(1):1-10]

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www. farmacoecura.it

http://pdg.molig.com/sindrome-dellintestino-irritabile

alimentazioneinequilibrio.it

http://www.drschaer-institute.com/it/articoli-specialistici/la-dieta-a-basso-contenuto-di-fodmap-per-la-sindrome-dellintestino-irritabile-1277.html

 

 

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